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n. 12
dicembre 2003

 

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Inter mirifica: 40 anni dopo
di Roberto Giannatelli *

 

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Un cammino di avvicinamento

Il rapporto tra Chiesa e media non sempre è stato facile. Quando nel secolo XV apparve la stampa, essa fu salutata dal vescovo di Magonza (la città di Gutenberg inventore dei caratteri mobili a stampa) come «una specie di arte divina, capace di moltiplicare i codici di ogni scienza a vantaggio della cultura umana e dell’istruzione religiosa dei fedeli». Tuttavia presto ci si allarmò per i pericoli insiti in questo potente mezzo, che poteva divulgare anche dottrine eretiche e testi immorali. Il gesuita Padre Enrico Baragli ha raccolto in un’opera monumentale i testi che documentano questo difficile rapporto tra Chiesa e comunicazione sociale (cfr. Comunicazione, comunione e Chiesa, Roma 1973).

Solo nel secolo XX, il “secolo dei media” (dal cinema, alla radio, televisione e Internet), il rapporto cambia e si fa più sereno e positivo.

E’ di Pio XI la prima enciclica sul cinema Vigilanti cura (29 giugno 1936). Si tratta di un documento di grande significato dottrinale e pastorale:

• è la prima enciclica sui mezzi di comunicazione del secolo XX, e in particolare sul cinema;

• per determinare la qualità morale dei film l’enciclica propone di creare un sistema di classificazione (nn. 45-47) e degli uffici che operino a livello nazionale a questo scopo (nn.48-52);

• nonostante la fermezza verso le pellicole giudicate come moralmente inaccettabili, l’enciclica esprime fiducia nel cinema di qualità ed evidenzia le sue opportunità pastorali. L’incoraggiamento a moltiplicare le sale cinematografiche di proprietà della parrocchia, si deve in particolare a questa enciclica.

Il papa Pio XII continuerà l’insegnamento del suo Predeces-sore con oltre 60 interventi sul mondo della comunicazione sociale. I due discorsi sul “film ideale” (21 giugno e 28 ottobre 1955) sono veri “trattati psico-socio-morali”.

Ma l’insegnamento di Pio XII sui mezzi della comunicazione sociale raggiunge il suo apice con l’enciclica Miranda Prorsus dell’8 settembre 1957, la prima enciclica che, oltre a continuare l’insegnamento sul cinema, tratta della radio e della televisione.

Questa enciclica testimonia il profondo interesse di questo papa colto per l’emergente mondo della comunicazione sociale. Come in altri documenti, anche in Miranda prorsus, Pio XII dà prova di una grande capacità di analisi ed esprime un atteggiamento fondamentalmente positivo verso i mass media, il loro potenziale per la crescita dell’umanità, le esigenze pastorali che ne derivano.

L’insegnamento è molto ampio: si va dai primi elementi di una teologia della comunicazione (n.21), alla rivendicazione del diritto di accesso da parte della Chiesa cattolica ai mezzi di comunicazione, alle considerazioni specifiche su cinema (nn.74-104), radio (nn.105-132) e televisione (nn.133-150). Nella conclusione, l’enciclica fa appello al ruolo e alla responsabilità del sacerdote: «Egli deve conoscere i problemi che il cinema, la radio e la televisione pongono ai fedeli» (n.152); «deve sapere servirsene quando, a prudente giudizio dell’autorità ecclesiastica, lo richiederà la natura del suo ministero e la necessità di giungere a un più grande numero di fedeli» (n.153); «deve, infine, se ne usa per sé, dare a tutti i fedeli l’esempio di prudenza, di temperanza e di senso di responsabilità» (n.154).

Meriterebbe citare altri passi che conservano la loro efficacia. Due fra i tanti: «Se questi mezzi saranno lasciati in balia di se stessi e senza freni morali, allora favoriranno l’abbassamento del livello culturale e morale del popolo» (n.40). «Perché lo spettacolo possa compiere la sua funzione, occorre un’azione istruttiva ed educativa che prepari lo spettatore non solo a capire il linguaggio proprio a ciascuna di queste tecniche, ma specialmente a condurvisi secondo coscienza, sì da considerare e giudicare con maturo criterio» (n.57). Ecco la Media education ante litteram!

Durante i lavori di preparazione del Concilio Vaticano II, questa enciclica, unitamente ai due discorsi di Pio XII sul “film ideale”, è stata una fondamentale risorsa per le commissioni di lavoro. La redazione del documento conciliare sulla comunicazione sociale riprendeva le parole di Miranda prorsus: Summo cum gaudio Catholica Ecclesia cunctas excipit mirandas prorsus technicae artis inventiones.

 

Il Vaticano II e la comunicazione sociale

Per la prima volta nella storia, sull’agenda della Chiesa cattolica, con la solennità e l’impegno di un documento conciliare, viene scritta la parola comunicazione sociale. Il merito va ai Padri del Concilio che il 4 dicembre 1963 hanno sottoscritto il decreto Inter mirifica.

La cronaca di come si sia giunti al documento conciliare sulle comunicazioni sociali è degna di essere ricordata. Nella prima consultazione sulle questioni da affrontare nel Concilio, indetta da Papa Giovanni XXIII nel giugno 1959, i mezzi della comunicazione sociale non ebbero quasi nessuna menzione. Delle 9.348 proposte per il Concilio, solamente 18 facevano riferimento ai mass media. Fu al di fuori dei lavori della Commissione preparatoria che venne accolta una proposta dell’ultimo momento per la creazione di un Segretariato per la stampa e lo spettacolo.

Originariamente concepito come un ufficio per assistere i giornalisti - Padre Baragli parla di un “fortunato equivoco iniziale” di Giovanni XXIII - si trasformò poi in Commissione ufficialmente istituita dal Papa con il Motu proprio Superno Dei nutu del 5 giugno 1960, avente il compito di preparare un documento sulla comunicazione sociale che sarebbe stato inserito nel programma del Concilio.

La Commissione, presieduta dall’arcivescovo Martin O’Connor, e avente come segretario mons. Andrea M. Deskur (oggi cardinale), iniziò i suoi lavori nel luglio del 1960. Nell’anno seguente raggiunse il numero di 46 membri e consulenti, provenienti da 22 nazioni, tra i quali i membri della Pontificia Commissione per il cinema, la radio e la televisione, e i Presidenti delle organizzazioni mondiali cattoliche per la stampa, il cinema, la radio e la televisione (UCIP, OCIC, UNDA).

Tra il novembre 1960 e il maggio del 1962, nel corso di varie sessioni, la Commissione elaborò un ampio schema, composto di 114 paragrafi, accolto dalla Commissione preparatoria del Concilio e approvato dal papa Giovanni XXIII come documento da includere negli atti conciliari.

Il testo proposto fu discusso dai Padri conciliari alla fine della prima sessione, tra il 23 e il 27 novembre 1962. Il tono dei 41 interventi si mantenne su un piano pastorale evitando di trattare le questioni che sembravano essere di tipo professionistico. Alla fine della discussione, il 27 novembre, la presidenza del Concilio fece la proposta di approvare il documento nella sua sostanza, lasciando però le indicazioni pastorali ad una successiva Istruzione, la cui compilazione era da affidare alla competente Commissione vaticana per le comunicazioni sociali. La proposta fu approvata da 2138 Padri, respinta da 15 con 7 astensioni.

Nell’intervallo tra la prima e la seconda sessione plenaria del Concilio, il testo venne ridotto da 114 a soli 24 paragrafi e il suo status passò da Costituzione a Decreto conciliare. Prima della votazione definitiva del 1963, il documento fu oggetto di dure critiche perché considerato inadeguato allo standard di un documento conciliare (carente soprattutto di un fondamento teologico) e alle attese dei professionisti dei mass media. La votazione in aula del 25 novembre 1963 fece registrare il più alto numero di voti negativi per un documento conciliare: 503 voti contrari, 1598 voti favorevoli e 11 astenuti. Comunque nella votazione solenne e definitiva, avvenuta il 4 dicembre successivo alla presenza del papa Paolo VI, i voti contrari si ridussero a 164.

Nonostante le traversie che abbiamo voluto ricordare, il decreto Inter mirifica passa alla storia del rapporto tra Chiesa e mezzi della comunicazione sociale per varie ragioni:

• come si è già ricordato, è la prima volta che un Concilio ecumenico discute di comunicazione e mass media. Il valore di Inter mirifica va ben oltre le dichiarazioni individuali che un Papa può esprimere tramite un discorso, un messaggio o una lettera enciclica;

• la comunicazione sociale non solo viene inserita nell’agenda della Chiesa cattolica, cioè tra le cose da fare, ma ottiene un quadro istituzionale stabile. Con il Motu proprio In fructibus multis, del 28 giugno 1964, il Papa Paolo VI darà una configurazione definitiva alla Pontificia Commissione delle Comunicazioni sociali (dal 28 giugno 1988: Pontificio Consiglio…). In continuità con il Concilio che aveva ripreso la disposizione del Motu proprio Boni Pastoris di Giovanni XXIII (22 febbraio 1959), Inter mirifica raccomanda l’istituzione di Uffici nazionali delle comunicazioni sociali (n. 21) e il coordinamento a livello internazionale delle iniziative dei cattolici (n. 22), dove già erano operanti le Associazioni professionali UCIP, OCIC, UNDA, riconosciute dalla Santa Sede (oggi si chiamano UCIP e SIGNIS);

Inter mirifica dispone che venga celebrata, nella domenica dopo l’Ascensione, la “Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali” (n. 18) «nella quale i fedeli saranno istruiti su loro doveri in questo settore». Ai fedeli viene richiesto di contribuire anche finanziariamente alle iniziative della Chiesa per la comunicazione sociale. Ogni anno, a partire dal 1967, in occasione di questa giornata mondiale, i Papi hanno inviato ai cattolici un messaggio sui diversi aspetti della comunicazione sociale. I loro contributi costituiscono una piccola summa del pensiero ufficiale della Chiesa sulla comunicazione e i mass media. Per la loro attualità e per il loro linguaggio diretto (non dottrinale), i messaggi pontifici hanno sempre interessato la grande stampa e i professionisti dei media.

• La “storia degli effetti” del decreto Inter mirifica non si arresta qui. Se l’istruzione pastorale Communio et progressio, voluta dal Concilio, rappresenta il documento più vasto ed elaborato del pensiero postconciliare in materia di comunicazione sociale, e il nuovo Codice del 1983 segna la ricezione dei mass media nel diritto ordinario della Chiesa, non vanno sottovalutate le diverse iniziative ecclesiali che traggono origine dall’impulso dato dal Concilio: l’opera del DECOS-CELAM in America Latina, l’impegno dei gesuiti, dei paolini e di altri ordini religiosi in questo settore, le Facoltà pontificie della comunicazione sociale, come quella sorta presso l’Università Salesiana di Roma in occasione del centenario della morte di san Giovanni Bosco (1988) per la preparazione dei quadri della Chiesa cattolica, la gestione di radio e televisioni cattoliche, la preparazione di docenti di comunicazione nei seminari e negli istituti di formazione dei religiosi e religiose.

 

Communio et progressio

L’istruzione pastorale Communio et progressio costituisce il naturale completamento di Inter mirifica. Richiesta dai Padri del Vaticano II, in continuità e a integrazione del decreto conciliare, è il frutto di un lungo processo di cooperazione internazionale, di sette anni di lavoro con quattro successive stesure. Attenendosi alle dieci questioni di base che erano state fissate dalla Commissione pontificia nel 1966, il Comitato di redazione aveva cercato di raggiungere, in una materia in così rapida evoluzione, un’armonia e talvolta solo un compromesso, tra le diverse tendenze di cui rimangono tracce nel testo definitivo. Valgano alcuni esempi.

 

I destinatari. Essenziale nell’economia del documento era la questione dei destinatari diretti. E’ indubbio che nelle sue origini il documento, come prolungamento del decreto conciliare, fosse pensato come destinato ai vescovi. Senonché negli anni successivi si erano fatte numerose le richieste di estendere il documento ad altre categorie di fedeli. Il Comitato di redazione decise che il documento «si rivolgesse direttamente ai vescovi, e per loro tramite a tutti i fedeli, con la speranza che esso potesse giungere a tutti gli uomini di buona volontà».

Tuttavia, nella sua stesura finale, CeP riflette la mentalità e i problemi dei professionisti dei media, principali estensori del documento.

Dottrina e prassi. La seconda delle questioni poste ai redattori riguardava lo scopo e la natura del documento: sarà piuttosto dottrinale oppure pratico? L’orientamento pastorale del documento sembrava essere un dato indiscutibile. Nella sua redazione finale CeP conserverà la qualifica di “istruzione pastorale”. Tuttavia molte erano state le richieste perché si colmassero le lacune dottrinali lasciate dal decreto conciliare Inter mirifica. C’era chi chiedeva «una specie di schema 13, con tanto di sviluppo antropologico e sociologico». Il Comitato di redazione saggiamente decise per una via mediana: «Il documento sarà essenzialmente pratico, senza tuttavia omettere la dottrina». In realtà ne è risultato un documento prevalentemente dottrinale con modiche e generali norme pastorali.

Dal punto di vista teologico, l’istruzione CeP non solo supera tutti i documenti precedenti, ma è risultata capace di fornire nuovi impulsi per lo sviluppo di una teologia della comunicazione. La comunicazione diviene, in votis, il nuovo principio architettonico secondo cui costruire l’edificio teologico e pastorale della Chiesa. Cristo è presentato come il perfetto comunicatore (n. 11); l’Eucaristia è una “comunicazione” che porta alla comunione; viene sottolineato il ruolo dello Spirito santo e la dimensione trinitaria di ogni comunicazione cristiana (nn. 6-15). Questi concetti verranno ripresi dal card. Martini nella sua lettera pastorale Effatà (1990).

Un’altra questione controversa, sorta nella lunga gestazione di CeP, era stata quella relativa al posto da assegnare ai singoli mass media, in particolare: stampa, cinema, radio e televisione. Lo stesso problema era stato dibattuto durante la preparazione del decreto conciliare Inter mirifica; ma nella drastica abbreviazione da esso subita, era stato necessario ridurre i 14 paragrafi destinati ai mezzi della comunicazione sociale a poco più di una mezza pagina. Con Communio et progressio i rappresentanti delle Associazioni internazionali cattoliche per la stampa, il cinema, la radio e televisione, pensavano di avere partita vinta. Ma non fu così. Dei 187 numeri dell’istruzione pastorale solo 26 vengono riservati ai mass media in particolare (nn. 135-161). D’altronde era difficile definire in un documento del magistero destinato alla Chiesa universale, una materia in così rapida evoluzione, rispondere alle esigenze specifiche dei professionisti, tener conto delle situazioni così diversificate tra Paesi del primo mondo e quelli dei Paesi in via di sviluppo.

Altro tema che era vivo nella coscienza dei redattori di CeP, era quello di ricuperare, oltre alla teologia, anche la dottrina circa l’informazione e l’opinione pubblica nella Chiesa. Quei problemi erano diventati vivissimi, nella stessa Chiesa cattolica negli anni del dopo Concilio, e l’Istruzione, redatta soprattutto da professionisti, non poteva eluderli. CeP ne tratta ampiamente nei nn. 24-62, ed è la parte del documento che più ha attirato l’interesse dei pubblicisti, anche non cattolici.

Communio et Progressio è stata giudicata come uno dei documenti più completi e positivi della Chiesa sulle comunicazioni sociali. Già dando un’occhiata all’indice si può notare come il documento non inizi con i diritti e i doveri della Chiesa, come avveniva nel passato, ma, dopo la presentazione teologica, sviluppa il contributo dei media al progresso umano e si dimostra fiducioso sul loro apporto per lo sviluppo della Chiesa. Queste considerazioni coprono quasi la metà dell’intero testo (dal n. 19 al n. 100). I precedenti documenti del magistero cattolico tendevano a dare ordini ai fedeli e a rivendicare i diritti della Chiesa istituzionale; questa istruzione pastorale si fonda soprattutto sulla responsabilità personale.

In quanto risultato di un’amplissima collaborazione in campo cattolico, CeP non può essere considerata come un atto personale di un Sommo Pontefice. Voluta dal Concilio, frutto del prolungato lavoro di un gruppo internazionale di esperti e di professionisti della comunicazione mediale, approvata finalmente dal papa Paolo VI il 25 maggio 1971 “tutta e in ogni sua parte”, CeP si presenta come un vero e proprio documento della Chiesa postconciliare.

CeP è oggi considerata la Magna charta dei comunicatori cattolici. Tuttavia, gli autori stessi non l’hanno ritenuta come la parola definitiva della Chiesa sulle comunicazioni sociali. Concludendo la loro fatica, i redattori hanno espresso l’augurio «che la pubblicazione di Communio et progressio più che la sintesi di un’epoca, segni l’inizio di una nuova era» (n. 186).

  

La nuova “era”

 Con questa espressione inizia il documento con cui il Pontificio Consiglio delle comunicazioni sociali ha voluto ricordare nel suo ventennale e rilanciare l’insegnamento di Communio et progressio: Aetatis novae (22 febbraio 1992).

«All’avvicinarsi di una nuova era» (Aetatis novae adventus). Nel titolo già traspare l’ammirazione con cui la Chiesa guarda l’enorme progresso che sta avvenendo nel campo delle comunicazioni sociali e la fiducia nel servizio che questi potenti mezzi possono rendere alla causa dell’uomo e del Vangelo. Tutti i documenti ecclesiali sui mezzi elettronici della comunicazione di massa risentono di questa visione positiva di fondo: Inter mirifica, Communio et progressio, Aetatis novae…

La Chiesa considera la comunicazione sociale come la «nuova frontiera dell’evangelizzazione» (Giovanni Paolo II, Christifideles laici, 44) e, come san Paolo nell’areopago di Atene, guarda verso il nuovo mondo della comunicazione come a una grande sfida alla quale deve rispondere. «Il primo areopago del tempo moderno è il mondo della comunicazione, che sta unificando l’umanità rendendola – come si suol dire – un villaggio globale» (Giovanni Paolo II, Redemptoris missio, 1990, n. 37).

Aetatis Novae non aggiunge altra dottrina a quella già espressa nei documenti precedenti. La sua grande novità è quella di tracciare le linee essenziali per il piano pastorale nel campo delle comunicazioni sociali che ogni Chiesa locale dovrà elaborare. Il primo passo per questo progetto è avere una “visione” (in inglese: vision), la capacità di leggere il nostro tempo, i “segni dei tempi”; il secondo passo è quello di avere il coraggio di progettare il futuro e predisporre le condizioni perché esso si attui.

La Chiesa italiana si è messa con “Parabole mediatiche” (novembre 2002) su questa strada. Il Direttorio per le comunicazioni sociali (di imminente pubblicazione) traccerà le linee operative. Sapranno i religiosi e le religiose rispondere alla sfida?

  

L’eredità e la sfida di Inter mirifica

Ci sono alcune domande che le religiose e i religiosi potranno porsi a conclusione di questa “memoria” dell’Inter mirifica.

La prima è questa: IM ha scritto la parola comunicazione nell’agenda della Chiesa di oggi: i nostri Istituti religiosi l’hanno scritta realmente nella pastorale e nella formazione? mons. John Foley, Presidente del Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali, durante un Congresso ha affermato che la formazione dei sacerdoti e dei religiosi è un sogno rimasto nel cassetto. Il Vescovo si riferiva al documento della Congregazione dell’educazione cattolica del 19 marzo 1986. Ricordo che nel 1994 avevo fatto, per incarico dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, un’indagine nei Seminari delle diocesi italiane circa la formazione dei futuri sacerdoti nel campo delle comunicazioni sociali. Un rettore di un grande seminario mi aveva risposto: «Non sappiamo che cosa insegnare e chi possa farlo». Oggi quella giustificazione è inaccettabile. Esistono decine di pubblicazioni sull’argomento e si sono formati un buon numero di sacerdoti nelle Pontificie Facoltà di comunicazione sociale. Inoltre, le Università italiane hanno laureato o conferito un master a moltissimi laici in questi ultimi dieci anni. Sarebbe sufficiente fare un’opera di talent scouting! Come programma per un corso di base alle religiose, suggerirei di seguire il volume di padre F.J. Eilers, verbita, Comunicare nella comunità, Elledici, Leumann 1996.

Una seconda domanda: che cosa facciamo come religiosi/e per promuovere l’educazione dei giovani alla comunicazione sociale? Questo era un punto forte dell’Inter mirifica (n. 16). La Chiesa risponde al “potere” dei media con il “contropotere” dell’educazione, con la formazione del recettore critico e del cittadino responsabile. Che cosa fanno le scuole cattoliche gestite dai religiosi/e? Potrebbe essere un punto d’onore, forse anche un fiore all’occhiello, quello di promuovere nelle scuole cattoliche un curricolo di media education. Non qualche attività occasionale, ma un curricolo organico, con una gradualità di contenuti e sistematicità di metodi, un curricolo informativo e pratico in cui gli alunni apprendono a “leggere e scrivere” con i media (fotografia, radio, televisione, giornali, Internet). La nostra associazione del MED sta sperimentando in molte scuole italiane il curricolo di media education a iniziare dalla scuola elementare. Lo abbiamo chiamato Progetto MENS (Media Education Nella Scuola). Le informazioni del progetto si trovano nella nostra rivista Intermed (aprile e ottobre 2003).

La terza domanda: la Chiesa pratica la comunicazione e la nostra catechesi no? Nella diocesi di Spoleto-Norcia, sotto l’impulso del vescovo mons. Riccardo Fontana, il MED sta sperimentando un vasto programma sui nuovi linguaggi della catechesi. Non abbiamo fatto belle conferenze, ma abbiamo promosso i “Laboratori della comunicazione della fede”. I catechisti sono stati esercitati a “dire la fede” con la fotografia, il video, i fumetti, la drammatizzazione, la musica, la multimedialità. Abbiamo pubblicato un sussidio: Catechesi e nuovi linguaggi che potrà essere richiesto all’Ufficio catechistico diocesano di Spoleto.

In definitiva, il “cantiere” della comunicazione sociale e pastorale è aperto. Si cercano lavoratori e lavoratrici. Chi vorrà rispondere?

  

Bibliografia

 E. Baragli, L’Inter mirifica, Studio romano della Comunicazione sociale, Roma 1970.

E. Baragli, L’Istruzione pastorale Communio et progressio, in Civiltà cattolica, 1971, IV, pp. 39-48; n. 235-253.

G. Cappello L. D’Abbicco, I media per l’animazione, Elledici, Leumann (To) 2002

F.-J. Eilers, R. Giannatelli, Chiesa e comunicazione sociale. I documenti fondamentali, Elledici, Leumann (To) 1996

R. Giannatelli – P.C. Rivoltella, Media educator: nuovi scenari dell’educazione, nuove professionalità, Desk, Roma 2003

A. Ruszkowski, Decreto sulle comunicazioni sociali: successo o insuccesso? in R. Latourelle (a cura), Vaticano II: bilancio e prospettive venticinque anni dopo (1962-1987), Cittadella editrice, Assisi 1987, vol. II

A. Dulles, Il Vaticano II e le comunicazioni, in R. Latourelle (a cura), Vaticano II…, vol. II

R.White, I Mass media e la cultura nel cattolicesimo contemporaneo, in R. Latourelle (a cura di), Vaticano II…, vol. II.


* Salesiano, già Preside e fondatore della nuova Facoltà di Scienze della Comunicazione Sociale dell’Università Pontificia Salesiana, dirige la rivista Intermed e tiene corsi sui temi dell’educazione ai media e della pastorale della comunicazione sociale.

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